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Gioacchino da Celico

Gioacchino da Celico

Celico ha dato i natali a Gioacchino da Celico, nato nell’anno 1130 e morto a S. Martino di Canale (Pietrafitta) nel 1202.

Si narra che Gioacchino da Celico abbia intrapreso in gioventù un lungo viaggio a Costantino­poli e poi abbia visitato Tebaide, la Terrasanta e Gerusalemme.

La leggenda aggiunge che egli salì il monte Tabor – il monte della Trasfigurazione – e vi passò un’intera quaresima in una grotta digiunando, ricevendovi una rivelazione del Signore.

Tra il 1152 ed il 1153 divenne cistercense nell’abbazia di Sambucina. A Co­razzo fu ordinato sacerdote dall’Abate Colombano; quando questi morì, nel 1177, i monaci lo vollero a capo del monastero. Sembra rimanesse abate sin verso il 1187.

Nel 1183  si recò a Casamari, dove dimorò per un anno e mezzo e compose le sue tre opere principali: Concordia del Nuovo e dell’Antico Testamento, Commento dell’ Apocalisse, Salterio dalle dieci corde.

L’abate Gerardo che lo stimava molto, gli assegnò come amanuensi tre monaci: Luca, che diventerà poi abate della Sambucina, arcivescovo di Cosenza e suo biografo, Giovanni e Nicola, che saranno, poi, rispettivamente Priore e Abate di Corazzo. Il monaco amanuense Luca attesta che egli dettava notte e giorno ed essi scrivevano, successivamente Gioacchino stesso rivedeva ed emendava lo scritto.

Mentre Gioacchino dimorava a Casamari  il Papa Lucio III si trovava con la sua corte a Veroli, che era a breve distanza; Gioacchino, allora, decise di recarsi dal Papa  e davanti a lui ed al suo Concistoro espose le Scritture e la “Concordia” dei due Testamenti dimostrando un’originalità esegetica non comune. Il Papa ne restò positivamente impressionato, e facendo una  derogare alla Regola cistercense, gli concesse di mettere per iscritto le sue idee.

Se ne andò dall’ordine cistercense a causa di alcuni dissapori e si ritirò a meditare con il consenso del pontefice Clemente III. Nel 1191 si ritirò con un compagno nell’eremo di Pietralata, si stabilì poi sulla Sila, per fondarvi (1191 ca) l’eremo di San Giovanni in Fiore: da qui prese l’avvio il suo ordine, detto perciò florense, la cui regola (modellata su quella cistercense, ma più severa) fu approvata dal pontefice Celestino III nel 1196. La fama di Gioacchino, quale veggente, asceta, “profeta” (“ il cala­vrese abate Giovacchino – di spirito profetico dotato”: Paradiso XII, 140 –141) era abbastanza diffusa, al punto che l’imperatrice Costanza d’Altavilla, nel novembre del 1196, lo volle a Palermo per essere da lui confessata e Riccardo Cuor di Leone, di passaggio in Terra­santa, ricorreva al suo consiglio.

Nel 1200 scrisse il suo testamento con l’elenco delle proprie opere. Nel 1201 si trovava  a Fiumefreddo per ricevere da Simone di Mamistra la donazione del monastero brasiliano di Fonte Laurato, che divenne il secondo monastero florense.

Nel 1202, sfidando i rigori dell’inverno silano, malgrado la sua tarda età, si reco’ a Canale, presso Pietrafitta, dove era in costruzione il monastero di San Martino di Giove, che è l’ultima delle sue fondazioni. Qui si ammalò gravemente ed il 30 marzo del 1202 morì. Fu sepolto nella chiesa abbaziale da dove nel 1240 fu trasferito al Protocenobio di San Giovanni in Fiore.

Gioacchino da Celico incarna il temperamento bruzio: forte ed elastico, a volte duro, ma sempre sincero, umile ed affettuoso; era di un’estrema affabilità con tutti ed aveva tanta sensibilità da assumere un volto angelico nella celebrazione della Santa Messa e da versare lacrime al racconto della Passione di Gesù. Mantenne un contegno forte e dignitoso verso i potenti della terra. Era dotato di uno spirito di penitenza, fortezza di carattere, amore alla solitudine, dono della profezia, distacco completo dalle cose del mondo. Alla fama di santità si accompagna quella dei miracoli. Il biografo Luca afferma di averlo visto davanti il Crocifisso, con le braccia aperte a forma di Croce e col volto illuminato come se parlasse con Lui.

Le sue opere principali, oltre a quelle già nominate, sono: De articulis fidei; De unitate seu essentia Trinitatis; Tractatus super quattuor Evangelia; Contra Iudaeos: In questi scritti Gioacchino si rivela filosofo di scarsi mezzi, ma di profondo slancio mistico, di estrema efficacia stilistica e di una vasta conoscenza del testo biblico, che gli permise un notevolissimo e complesso lavoro di simbologia esegetica. Frutto stupefacente di esso è il Liber figurarum, un caratteristico prodotto del suo spirito simbologico – mistico.

Le posizioni da lui assunte, in particolare sul problema della Trinità e con­tro le tesi di Pietro Lombardo, gli dovettero procurare molti nemici e l’ostilità della chiesa, al punto che nel 1200, alla vigilia della sua scom­parsa, egli stilò un testamento (da taluni paragonato a quello di Francesco d’Assisi) nel quale ribadiva la sua  ortodossia e il suo desiderio di confor­marsi alla volontà della gerarchia. Queste sue posizioni furono comunque condannate dal IV con­cilio Lateranense del 1215 e del concilio provinciale di Arles (1263). Gioac­chino distingue, in corrispondenza con le tre Persone della Trinità, altret­tanti periodi nella vita del genere umano e nella storia della sua salvezza. Il regno del Padre aveva corrisposto all’età dell’Antico Testamento ed era stato il regno della legge, dominato dai laici (Ordo Coniugatorum); quello del fi­glio aveva corrisposto all’età del Nuovo Testamento e della Chiesa (Ordo clericorum), ed era pertanto il regno che Gioacchino, al suo tempo riteneva sul punto di esaurirsi. Terribili prove avrebbero dunque presto atteso i cri­stiani,  ma dopo la breve, illusoria vittoria dell’Anticristo, sarebbe iniziata (in un anno che i suoi calcoli lo portavano a ritenere il 1260) la terza età, quella dominata dallo Spirito Santo e corrispondente ad un Vangelo Eterno, tutto Spirito e libertà anziché lettera e legge. Un Ordo iustorum (o anche monachorum o contemplantium) avrebbe dominato la terza età, dopo aver predicato il Vangelo Eterno. Quel che Gioacchino veniva a proporre era, in ultima analisi, una società di monaci, a somiglianza dell’ordine florense: la mancata comprensione di questa sua proposta e l’esistenza di molti apocrifi a lui attribuiti fecero ritenere il messaggio di Gioacchino un messaggio ri­voluzionario.

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